Le polemiche sull’Anpi e il referendum non c’entrano con un’onesta posizione anti riforma

di Giuliano Ferrara | @ferrarailgrasso

L’Associazione dei partigiani (Anpi) è una cosa seria, come tutte le reliquie. L’Associazione raccoglie il resto della gloria e della vittoria, partigiani combattenti a vent’anni oggi novantenni. L’Italia soccombente del fascismo, tradito da sé stesso e dai badogliani, ha sempre odiato l’Anpi. Le formazioni del partigianato cattolico e azionista hanno fatto qualche notevole difficoltà a riconoscerle per intero un primato etico, se non della quantità militante e dello sforzo militare. Ma, insomma, è anche grazie all’Anpi che a un certo punto ci si è sentiti liberi perfino di passare al setaccio la guerra civile con una storiografia revisionista che, all’ingrosso, ha restituito conoscenza e libertà di tono e morale a questo paese “nato dalla Resistenza”, come si dice. Qualche dirigente ottuso e nostalgico, qualche intellettuale ambiguo non l’ha capito, ma la lezione del Pci, il Partito comunista, era nazionale e popolare, inclusiva e comprendente, non intollerante e faziosa.

Le polemicucce di questi giorni, con l’idea di imbucare l’Associazione nelle feste dell’Unità, per sparlare della riforma costituzionale e predicare il “no” referendario  avvalendosi di tanto nome, e di farlo sfrontatamente in casa del partito, il Pd, che su quelle riforme ha puntato le carte sue e del governo che dirige, hanno un sapore con ogni evidenza truffaldino. Intorno al divieto scelbiano di ricostituzione del Partito fascista (la disposizione transitoria della Costituzione fu inverata da una legge d’ordine che limitava la democrazia politica in Italia) la partigianeria comunista e azionista, con il suo corteggio di intellighenzia radicalizzata, estremista, imbastì negli anni Settanta una turpe campagna per lo scioglimento del Movimento sociale e per l’antifascimo militante, cioè per il diritto di farsi largo con la violenza in un’Italia oppressa da diverse forme di terrorismo, perché “uccidere un fascista non è reato”, come recitavano gli slogan più abietti dell’epoca. L’Anpi cercò di restare fuori da questa angosciosa ondata di odio, ma non sempre con successo. Era comunque un orizzonte, per quanto farlocco e mitizzato, propagandistico e ideologico nel senso più malmostoso del termine, del celebrato antifascismo, insomma la volontà di impedire che venissero spazzate via conquiste di libertà pagate duramente con la vita propria e dei nemici.

Ma ora? Renzi è un aspirante restauratore del fascismo, dei suoi tratti autoritari più oscuri? Sappiamo tutti molto bene che questa è una volgare caricatura della realtà, che tutte le pagine del vecchio libro di storia sono state voltate, le modifiche della Costituzione di oggi sono una scelta di cultura riformatrice, politica, legata al problema di come si autogoverna una democrazia moderna. Usare l’Anpi oltre i limiti storici della sua immagine e della sua sostanza è solo un inganno, un modo di falsificare e stravolgere perfino quel che ci sarebbe di autentico e di comprensibile in una onesta posizione politica antiriforma.

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