–66 giorni alle elezioni statunitensi

di Francesco Costa| @francescocosta

 

66 giorni alle elezioni statunitensi
–23 giorni al primo dibattito televisivo tra Clinton e Trump
Ciao! È online l’ottava puntata del podcast sulle elezioni americane: si parla dei candidati che non si chiamano né Trump né Clinton, cioè Gary Johnson dei Libertari e Jill Stein dei Verdi, del perché quest’anno stanno andando molto meglio che in passato e di cosa possono ottenere. Sono due storie interessanti, che aiutano anche a conoscere meglio il sistema politico americano in generale. Il podcast potete ascoltarlo, ovviamente gratis, qui su Spreaker e qui su iTunes.
Per il resto, mancano poco più di tre settimane al primo dibattito televisivo e poco più di due mesi alle elezioni presidenziali: quel numerino che vedete in testa alla newsletter, che oggi dice -66, quando abbiamo cominciato a sentirci ogni sabato diceva -513. Siamo diventati vecchi insieme, insomma. Sono successe tantissime cose nella campagna elettorale statunitense in questo anno abbondante, eppure una settimana come questa ci mostra che certe cose fondamentali non sono cambiate: e per quanto i due candidati si diano da fare, e possano azzeccare alcune cose e fallirne altre, alla fine della fiera si ritrovano ad affrontare principalmente gli stessi problemi di un anno fa.

Questo discorso non vale per Rick Perry, comunque: la sua vita in un anno è cambiata eccome. Avete presente Rick Perry? Il tre volte governatore del Texas che ebbe quella clamorosa amnesia durante un confronto tv alle primarie del 2012, candidato di nuovo nel 2016 e ritirato prima ancora del voto in Iowa. Farà parte della prossima edizione del cast americano di Ballando con le stelle.

Rick Perry con la ballerina che lo affiancherà. ❤
Questa settimana Donald Trump è stato in Messico a incontrare il presidente Peña Nieto. Non è insolito per i candidati alle presidenziali fare una breve visita all’estero durante la campagna elettorale, specialmente per quelli che devono dimostrare dimestichezza con la politica estera: Barack Obama andò a Berlino nel 2008, Mitt Romney andò a Londra nel 2012 (fu un disastro). Trump è andato in Messico perché il Messico ha a che fare con la sua più nota proposta politica: la costruzione di un muro al confine, da far pagare peraltro al Messico, allo scopo di impedire alle persone di arrivare irregolarmente negli Stati Uniti; questa proposta è collegata a un’altra promessa di Trump, cioè l’espulsione dal paese di milioni di persone dallo status irregolare.

Tenete presente una cosa, qui: giuste o sbagliate che siano, queste sono due proposte politicamente perdenti alle elezioni presidenziali. Sono evidentemente entrambe irrealizzabili, sono impopolari e allontanano irrimediabilmente da Trump il gruppo demografico più in crescita negli Stati Uniti, cioè le persone di origini latinoamericane, col risultato di rendere molto improbabile – per non dire impossibile – la sua vittoria in stati importanti come il Colorado o il Nevada, mettere a rischio posti una volta sicuri come l’Arizona e compromettere le maggioranze dei Repubblicani al Congresso. Anche per questo, dopo giorni di voci e retroscena su un potenziale “ammorbidimento” di Trump sull’immigrazione, questo viaggio in Messico era atteso come il momento decisivo: in un colpo solo Trump avrebbe potuto dimostrare di essere in grado di incontrare un leader straniero senza mettersi in imbarazzo e di rilanciare la sua candidatura rendendo più razionali le sue proposte.

Stava andando tutto benissimo. Dopo un incontro a porte chiuse, Trump e Peña Nieto hanno tenuto una tranquilla e cordiale conferenza stampa, hanno detto di voler lavorare entrambi per costruire una relazione proficua e per il bene dei loro paesi, non si sono pestati i piedi e hanno detto di non aver discusso del muro. Trump è tornato negli Stati Uniti mentre giornalisti e analisti politici si sorprendevano di quanto fosse andato tutto liscio. Cito dalWashington Post:

“Molti professionisti della politica di entrambi i partiti in privato hanno definito l’incontro tra Trump e Peña Nieto un colpo da maestro: una mossa audace che ha mostrato Trump capace di essere serio e presidenziale su uno scenario globale. A ragione o a torto, anche alcuni suoi noti critici hanno ammesso che Trump con questa visita si è dimostrato pragmatico ed efficace”

La giornata di Trump, però, ci ha messo pochissimo a passare «dal sublime al ridicolo». Tornato negli Stati Uniti, infatti, Trump è andato a Phoenix (Arizona) a pronunciare un atteso discorso programmatico proprio sull’immigrazione: doveva essere la ciliegina sulla torta, l’occasione per dare una svolta alla sua campagna elettorale. Solo che non appena è atterrato, Trump ha scoperto che Peña Nieto aveva scritto su Twitter: «Ho detto a Donald Trump che il Messico non pagherà la costruzione del muro». Trump, ha scritto il Wall Street Journal, a quel punto si è fatto dare le bozze del discorso, ha fatto delle correzioni e ha aggiunto questa frase: «Loro ancora non lo sanno, ma pagheranno eccome la costruzione del muro». Il resto del discorso è stato la solita minestra: Trump ha detto che tutti gli immigrati irregolari dovranno lasciare il paese (ha alluso scherzando al fatto che anche Hillary Clinton potrebbe essere espulsa), ha promesso la creazione di una “deportation task force” che sia attiva dal primo giorno della sua presidenza, ha detto che non ci sarà nessuna sanatoria nemmeno per gli immigrati irregolari che hanno un lavoro negli Stati Uniti, ha detto che gli immigrati irregolari sono «pericolosi criminali».

Ora, l’unico motivo per cui per Trump potesse avere senso passare due settimane a discutere di un tema per lui perdente, cioè l’immigrazione, era arrivare a una svolta: farlo per arrivare a confermare la stessa posizione di prima, quando mancano due mesi alle elezioni presidenziali, è una cosa senza senso. I sondaggi dicono che gli americani sono molto contrari – 77 per cento contro 19 – a espellere gli immigrati irregolari che hanno un lavoro negli Stati Uniti e non hanno commesso reati dopo il loro ingresso: potete immaginare quanto diventa più vasta quella percentuale tra le persone di origini latinoamericane. Subito dopo il discorso di Phoenix, tre consulenti latinoamericani di Trump si sono dimessi.

John McCain ha vinto le primarie dei Repubblicani in Arizona, quindi sarà candidato per un sesto mandato da senatore. Letteralmente il giorno dopo le primarie ha diffuso uno spot il cui messaggio di fondo è: Trump perderà, quindi vi serve un senatore che non dica sì a qualsiasi cosa proponga Clinton.
Anche Hillary Clinton questa settimana si è trovata ad affrontare gli stessi problemi di sempre. L’FBI ha diffuso una serie di atti dalle indagini sul caso delle email, che comprendono anche i resoconti delle testimonianze rese da Hillary Clinton. Non ci sono pistole fumanti, ma diverse cose sgradevoli: mostrano che Clinton non aveva mai chiesto pareri dentro il Dipartimento di Stato rispetto all’ipotesi di usare un indirizzo di posta privato, e di non ricordare che lo stesso Dipartimento di Stato sotto la sua gestione consigliava a tutti i dipendenti di non usare indirizzi di posta privati per cose di lavoro; mostrano che Clinton ha detto all’FBI di non essere a conoscenza del fatto che la lettera “C” sull’intestazione di un documento volesse dire “classified”, “riservato”; mostrano che per oltre trenta volte durante le sue deposizioni Clinton ha risposto alle domande dell’FBI dicendo di non ricordare.

Poi c’è il cosiddetto Weiner-gate. Anthony Weiner è un ex deputato di New York, fino a qualche anno fa dato in grande ascesa, la cui carriera si è fermata quando nel 2011 ha postato su Twitter una foto del suo pene. Disse che non c’entrava niente, che era stato un hacker, ma nel giro di pochi giorni vennero fuori diverse donne che dissero di essere state abbordate da Weiner su Twitter e che lui mandava loro regolarmente quel genere di documentazione fotografica, diciamo. Weiner ammise tutto, fece una di quelle contrite conferenze stampa da politici americani in crisi e si dimise da deputato. Cosa c’entra la campagna elettorale? Anthony Weiner è il marito di Huma Abedin, la più importante e influente collaboratrice di Hillary Clinton. Weiner e Abedin sono rimasti insieme dopo lo scandalo. Nel 2013 Weiner ha cercato di tornare in politica e si è candidato a sindaco di New York. La campagna elettorale gli stava andando anche benino quando di nuovo era venuto fuori che aveva fatto il maiale sui social network. Nuova crisi, nuovo ritiro, nuova imbarazzata conferenza stampa.

Il meraviglioso trailer del documentario sulla candidatura di Weiner a sindaco.Ah, sapete cosa vuol dire “weiner” in inglese?
Questa settimana di nuovo è venuto fuori che Weiner continua a mandare foto “personali” in giro su Twitter: lo ha fatto persino con certi giornalisti che si sono finti ragazze avvenenti e lui ci è cascato con tutte le scarpe. In una di queste foto si vede lui in mutande con un’erezione, seduto sul divano, con accanto suo figlio piccolo che dorme. Stavolta Huma Abedin l’ha lasciato, e i due divorzieranno. Trump ha cercato di approfittare di questa storia, dicendo di non fidarsi che le informazioni politiche delicate con cui ha a che fare Huma Abedin, alla luce della sua vicinanza con Hillary Clinton, possano finire o essere finite nelle mani di Weiner. Non è una faccenda che sposta dei voti, ma Clinton se la sarebbe risparmiata volentieri.

Un aggiornamento sui sondaggi
Questa è la media nazionale nei sondaggi tra Clinton e Trump nelle ultime due settimane. Solito promemoria: è un dato che serve solo a capire che aria tira, visto che le elezioni americane si tengono stato per stato. Donald Trump ha guadagnato qualche punto, probabilmente recuperando elettori Repubblicani che se n’erano momentaneamente allontanati dopo il disastroso periodo seguito alla convention dei Democratici a Philadelphia.

Negli stati cosiddetti in bilico Hillary Clinton continua ad avere un vantaggio relativamente comodo, sempre tenendo conto delle medie: in Florida è data avanti di 2,7 punti, in Ohio di 3,8, in Pennsylvania di 6, in New Hampshire di 9, in Virginia di 7,2. La situazione è più equilibrata in North Carolina, dove Clinton è data avanti di uno 0,5 per cento, e in Iowa, dove Trump è dato avanti di uno 0,8 per cento. La situazione in Iowa tra l’altro è molto interessante, ne scriverò più avanti: anche perché è lì che vorrei andare il mese prossimo.

Quando guardate i sondaggi statali, tenete conto sempre di tre utili informazioni di contesto.

La prima è che ci sono 19 stati in cui alle ultime sei elezioni presidenziali ha sempre vinto il candidato dei Democratici: insieme fanno 242 grandi elettori, ne servono 270 per vincere. Vuol dire che se Clinton riuscirà a vincere in quei 19 stati, cosa oggi data per probabile, le basterà aggiungere solo la Florida per vincere le elezioni, oppure due o tre tra Ohio, Iowa, New Hampshire, New Mexico, Nevada e Colorado. Alcuni di questi stati oggi non sono nemmeno in bilico. Stando come sono adesso i sondaggi, Hillary Clinton è considerata a quota 273 grandi elettori contando solo gli stati “sicuri” o “probabili”: se si aggiungono quelli dove è in vantaggio di poco, si arriva a 348.

Secondo elemento di contesto. Hillary Clinton oggi ha il triplo dei comitati di Donald Trump negli stati in bilico: nel dettaglio, ne ha 291 in 15 stati, contro gli 88 di Trump. All’inizio di agosto Trump aveva annunciato grandi investimenti in comitati locali, promettendo per esempio l’apertura di 24 nuovi uffici in Florida: siamo all’inizio di settembre e ancora nessuno di quei 24 uffici è operativo. Questo vantaggio sta permettendo a Clinton di investire anche in posti dove di solito i Democratici non mettono piede, come l’Arizona e la Georgia, costringendo Trump a doversi difendere in posti dove di solito i Repubblicani vanno solo per raccogliere fondi: per questo motivo il vice di Trump, Mike Pence, è andato un paio di giorni a fare campagna elettorale in Georgia. Tempo sprecato.

Terzo elemento: si vota l’8 novembre, come sapete. Ma allo scopo di aumentare la partecipazione al voto, in molti stati americani si può votare per posta e si può votare in anticipo (le schede ovviamente vengono poi aperte l’8 novembre insieme alle altre). Questo vuol dire che già alla fine di settembre milioni di americani potranno votare alle elezioni presidenziali, e sia nel 2008 che nel 2012 i Democratici sono stati abilissimi nel portare ai seggi moltissimi elettori il prima possibile. Una rimonta di Trump è ancora possibile, ma il tempo a disposizione è davvero poco.

Questa newsletter vi arriva grazie al contributo di Otto e della Fondazione De Gasperi.
Cose da leggere
Quanti sono i neri negli Stati Uniti, sul Post
When LBJ and Goldwater Agreed to Keep Race Out of the Campaign, di Mark K. Updegrove su Politico
How Hillary Clinton helped create what she later called the ‘vast right-wing conspiracy’, di Karen Tumulty sul Washington Post

Hai una domanda?
Scrivimi a costa@ilpost.it oppure rispondi a questa email, che poi è la stessa cosa.

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