Regione Puglia. Quando lavorare diventa un colpo di culo

di Antonello Caporale | @antonellocapor2

Puntando forte sulla meritocrazia, la Regione Puglia con l’ausilio e il sostegno dell’Associazione della stampa, ieri alle dodici ha proceduto all’estrazione a sorte di dieci giornalisti professionisti. I primi fortunatissimi quattro saranno chiamati a lavorare all’ufficio stampa della Fiera del Levante che si svolgerà nelle prossime settimane.

NOTEVOLE la considerazione che ha suggerito la scelta del lotto: dal momento che a Bari ogni anno le clientele e le camarille tra giornalismo e politica sono robuste e radicate, l’apertura al libero mercato del merito è possibile solo procedendo alla cieca.

In un ufficio della presidenza regionale un funzionario, non sappiamo se con la benda o meno, ha istruito la pratica e raccolto tra le mani dieci palline bianche dentro le quali dimoravano le identità di altrettanti colleghi disperati e disoccupati.

Soltanto i primi quattro lavoreranno, naturalmente solo per qualche settimana. Nel caso dovesse qualcuno di loro rinunciare, la mano santa raggiungerà il primo escluso, il secondo e così via. Essendo oramai il giornalismo un lavoro senza valore economico, con una platea di colleghi freelance costretti a produrre articoli per pochi euro al giorno (il livello retributivo orario è paragonabile a quello dei raccoglitori di pomodori schiavizzati nella piana di Foggia), qualunque offerta di impiego, anche se ultra temporanea, che assomigli a un lavoro decente è considerata una grande fortuna. Che si conquista – per il noto criterio dell’equivalenza – facendo una prece a San Gennaro, nel caso di specie a San Nicola, oppure, volendo rispettare le gerarchie divine, all’Altissimo.

DEBELLATA in questo modo la clientela, che comunque fa danni e di grande entità, resta la questione di base: e se i prescelti dalla dea bendata fossero degli asini matricolati? Se l’esperienza, la competenza, la conoscenza di alcuni, mettiamo gli esclusi, fosse incomparabile rispetto all’asineria, al pressappochismo, all’astenia di quegli altri, che mettiamo per ipotesi hanno avuto dalla loro solo una gran fortuna? E come può il giornalismo sollevarsi dalla sua straziante condizione di asservimento se il talento è così gravemente e clamorosamente messo da parte?

Di nuovo e ancora si propone, specialmente al sud, un’alternativa feroce di cui la Puglia purtroppo è una protagonista. A Taranto, con l’Ilva, per anni il lavoro è stato contrapposto alla vita. Non era possibile coniugare la fabbrica con la salute, ma solo accondiscendere a una transazione: un po’ di lavoro per tutti contro un po’ di tumore per tutti. Qui lo scambio altrettanto feroce anche se in scala ridottissima e non della stessa drammaticità è tra lavoro e competenza. Per assicurare un lavoro pulito, senza il peso della raccomandazione, ancorché l’incarico sia trascurabile, super temporaneo, di scarso rilievo pubblico, si punta sulla sorte e si mette da parte il talento.

Nell’idea, oramai tragica e tutta italiana, che il successo nella vita è solo e sempre un colpo di culo.

Da: Il Fatto Quotidiano, 3 settembre 2016

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