Renzi verso la sconfitta referendaria. Cosa aspettarsi?

di Federico Dezzani

All’avvicinarsi del referendum costituzionale, Giorgio Napolitano è tornato in campo, chiedendo di mettere fine “all’assurdo stato di belligeranza” sulla consultazione: si tratta di un disperato tentativo di depoliticizzare un appuntamento su cui Matteo Renzi, sicuro della vittoria, aveva scommesso tutto solo pochi mesi fa. La trappola del plebiscito, sì o no sulle politiche dell’esecutivo, è però scattata e l’alta probabilità  di una bocciatura della riforma rischia di scatenare uno choc persino maggiore della Brexit. Nei circoli euro-atlantici serpeggia il panico: l’appello dell’ambasciatore John Phillipps a sostenere il “sì” segna l’inizio della campagna per ribaltare l’esito della consultazione: dopo i brogli alle presidenziali austriache e l’omicidio della deputata Jo Cox, c’è da aspettarsi di tutto.

Renzi nella trappola del plebiscito

Un’accusa che alcuni osservatori rinfacciano giustamente all’Italia è l’eccesso di esterofilia: è l’abitudine, assai diffusa tra la classe dirigente nostrana ed i cosiddetti “intellettuali”, a considerare l’Italia propaggine dell’Occidente, eternamente alla ricorsa delle grandi tendenze che nascono e maturano in Europa e negli Stati Uniti. Così, anche quando l’Italia si colloca all’avanguardia di una corrente storica e culturale, quasi nessuno se accorge, proprio come sta avvenendo in queste settimane.

Il nostro Paese, infatti, è attualmente la punta di diamante del processo che, iniziato in Europa subito dopo l’introduzione dell’euro, si è allargato agli Stati Uniti d’America, schiudendo scenari fino a pochi anni impensabili, come l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Si tratta della ribellione del popolo contro le élite, che sta scuotendo le fondamenta dell’Occidente: è un sommovimento di massa contro la finanza onnipotente, contro l’immigrazione senza freni ed il politicamente corretto, contro la globalizzazione selvaggia, contro l’impoverimento della classe media a vantaggio di una sparuta minoranza, contro le prevaricazioni di quella oligarchia che siede ora negli uffici di Bruxelles, ora nel consiglio d’amministrazione di Goldman Sachs (ne sa qualcosa l’ex-commissario europeo José Barroso).

Dopo aver a lungo riposto le speranze nei successi del Front National, nella bocciatura olandese all’accordo di associazione tra UE ed Ucraina, nelle fortune di Alternativa per la Germania, nell’annullamento delle presidenziali austriache, nella clamorosa vittoria della Brexit, è giunta, finalmente, l’ora dell‘Italia, che riacquista la sua centralità europea ed internazionale: questa volta gli altri staranno alla finestra e spetterà loro uniformarsi alle nostre decisioni. Grandi banchieri ed euro-burocrati, BCE ed FMI, Washington e Berlino, si arrovellano in attesa che l’Italia si esprima, perché la posta in gioco è alta, altissima: travalica i confini nazionali ed abbraccia l’intero sistema euro-atlantico.

Ci riferiamo, ovviamente, all’imminente referendum costituzionale, così temuto che è stato posticipato il più possibile e tutt’ora non se ne conosce la data (da collocarsi, ad ogni modo, tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre).

Sinora nessuno ha esplicitato meglio le paure che serpeggiano tra l’oligarchia atlantica che il premio NobelJoseph Stiglitz, economista che, come Paul Krugman, occupa l’ala sinistra dello schieramento accademico foraggiato dall’alta finanza. Intervistato a fine agosto in occasione della presentazione del suo ultimo libro, Stiglitz ha affermato1:

L’Italia costituisce un grande rischio. Molti stanno lavorando affinché Matteo Renzi desista dalla sua promessa di dimettersi se il referendum fallisce (…). C’è un argomento per convincerlo a non tenere il referendum e cioè dire che la Brexit ha portato a un cambiamento radicale del dibattito sul futuro della democrazia in Europa, e che dobbiamo esaminare nuovamente quelle questioni (…) La mia sensazione è che per tutti coloro che vogliano evitare un risultato disastroso, la necessità primaria è quella di fare marcia indietro. Altrimenti ci dirigeremo verso un altro cataclisma”.

Cancellare il referendum, previsto dalla Carta, sulla riforma della Costituzione stessa?

Non c’è alcun dubbio che il pensiero sia balenato nella testa di Matteo Renzi, di Giorgio Napolitano e di Barack Obama, ma a tutto c’è un limite: si tratterebbe di una forzatura istituzionale persino più grave del golpe con cui Silvio Berlusconi fu spodestato nel 2011 e più clamorosa della manovra, tutta extra-parlamentare, con cui si defenestrò Enrico Letta per installare “il rottamatore” a Palazzo Chigi. Si renderebbe evidente che qualsiasi consultazione, non solo può essere sovvertita nei meandri dei palazzi, ma addirittura cancellata se sgradita alle élite.

E poi Matteo Renzi si è troppo speso, ha investito troppo capitale politico, per tornare sui suoi passi: la macchina è stata messa in moto e nessuno, ormai, può più fermarla.

Nessuno, certo, si aspettava nella primavera del 2016, quando la riforma Boschi è approvata in Parlamento a colpi di maggioranza, che all’avvicinarsi del referendum i sondaggi assegnassero ai “no” un vantaggio diotto punti percentuali2: si era accarezzata, è vero, all’inizio del 2016 l’idea di sbarazzarsi preventivamente del “premier cazzaro” a causa degli scarsi risultati ottenuti sul piano economico e di qualche insofferenza anti-austerità (ne erano seguite le polemiche di Renzi contro gli “illuminati” e si era rinvangato il golpe del 2011, convocando addirittura l’ambasciatore americano, coll’obiettivo di scongiurarne uno nuovo), ma, alla fine, tutto si era ricomposto.

Accettando incondizionatamente le direttive euro-atlantiche su Libia, caso Regeni e vincoli di bilancio, Matteo Renzi era riuscito a conservare la presidenza del Consiglio, benché fosse chiaro a tutti, e specialmente alla City inglese, che la sua stella si stesse appannando: il grande rilancio, nei calcoli del premier, avrebbe dovuto essere proprio il trionfo del “sì” al referendum sulla riforma costituzionale.

È la fase del “se perdo il referendum sulle riforme lascio la politica3, quando la certezza di una vittoria senza difficoltà, induce il premier a personalizzare al massimo l’appuntamento referendario, così da riceverequell’investitura popolare che non ha mai avuto (il suo ultimo bagno elettorale risale alle comunali di Firenze del 2009!) e rilanciare l’azione di governo fino alle legislative del 2018. L’azzardo del premier, trasformare cioè il referendum in vero plebiscito sulla persona, un sì o un no come nel regime bonapartista, si fonda sulla presunzione che l’elettorato voti positivamente attratto dagli aspetti più “anti-politici” della riforma, su cui non si smette di porre l’accento: è la diminuzione del Senato, ridotto a ruolo consultivo, da 315 a 100membri, il taglio delle indennità parlamentari e l’accorpamento dei servizi di Camera e Senato, sufficienti, insiste l’esecutivo, a risparmiare 500 € annui (50 €mln, secondo gli addetti ai lavori).

Il connotato antipolitico della riforma, “la rottamazione del Senato”, è in verità uno specchietto per le allodole, utile soltanto ad accattivarsi l’elettorato e spingerlo verso il “sì”: ciò che preme a Matteo Renzi, a Washington, a Bruxelles ed ai potentati economici che tirano i fili del sistema (le varie JP Morgan, Goldman Sachs, etc.) è invece l’abolizione del bicameralismo perfetto, abbinata ad un legge elettorale, l’Italicum, che consenta la piena governabilità al partito di maggioranza relativa, anche qualora non superasse il 20-25% del corpo elettorale.

Sia ben chiaro: l’oligarchia finanziaria non è interessata alla stabilità degli esecutivi ed alla semplificazione dell’iter legislativo per il bene dell’Italia. La ratio della riforma costituzionale è, invece, garantire la governabilità di un Paese strategico per l’eurozona e gli equilibri mediterranei, nonostante le politiche d’austerità e l’impoverimento incessante della società, evitando così uno scenario simile alla Spagna dove da otto mesi si cerca invano di formare un esecutivo. Il Fondo Monetario Internazionale stima infatti in vent’anni il periodo di tempo necessario all’Italia per raggiungere i livelli occupazionali pre-crisi4: una depressione economica così lunga da rendere indispensabili governi semi-autoritari che, pur non godendo di consensi non superiori ad un quarto dell’elettorato, attuino anno dopo anno le “riforme strutturali” di impronta neoliberista.

È questa la chiave di lettura per interpretare la presa di posizione di JP Morgan contro le costituzioni del sud Europa, scritte dopo la caduta dei regimi fascisti e di ostacolo, secondo il colosso di Wall Strett, per una maggiore integrazione europea5.

Se, come facilmente prevedibile, l’abolizione del bicameralismo perfetto è l’ultimo pensiero degli italiani negli attuali frangenti, neanche che lo sfoltimento dei senatori scalda il cuore degli elettori: l’unico messaggio lanciato dal premier che attecchisca, malauguratamente per lui, è quello del plebiscito sul governo.

Agli italiani si presenta l’occasione imperdibile di esprimere un sì od uno sul governo Renzi: il referendum costituzionale, da passeggiata tutta in discesa, degenera in un incubo per l’esecutivo man mano checatalizza tutto il malessere dell’elettorato: fiscalità alle stesse, crisi economica senza fine, disoccupazione, risparmi volatilizzati, immigrazione selvaggia. Il referendum è un’inaspettata opportunità di ribellione, uno strumento a disposizione dell’elettorato per esprimere tutto il proprio disprezzo verso la classe dirigente italiana e le oligarchie di Bruxelles, responsabili delle condizioni sociali sempre più precarie.

A metà giugno, dopo la spia d’allarme accesa dalla clamorosa sconfitta del PD a Torino e Roma, circolano le prime voci che Renzi intenda rinunciare alla dimissioni anche in caso di vittoria del “no”; la Brexit e la conseguente caduta di David Cameron, accelerano il processo di “depersonalizzazione” del referendum: qualsiasi sia l’esito della consultazione, sostiene ora Renzi, niente elezioni anticipate; gli dà manforte Maria Elena Boschi, che ha prestato il nome ed il leggiadro volto alla riforma: “Con referendum non si decidono sorti del governo o del Pd”6. La reazione, però, è troppo tardiva e superficiale perché la percezione che ha l’elettorato del referendum, un plebiscito sul governo Renzi e sulle sue politiche, possa cambiare: la fine del rottamatore, “the last hope for the Italian elite” secondo il Financial Times, incombe.

Dopo il clamoroso referendum olandese che ha bocciato l’accordo di associazione tra UE ed Ucraina, l’annullamento delle presidenziali austriache vinte con la frode dall’europeista Alexander Van der Bellen, ed il referendum inglese che ha sancito l’uscita di Londra dall’Unione Europea, la caduta di Renzi rischia di assestare il colpo di grazia ad un’impalcatura, quella euro-atlantica, sempre più fragile e malconcia. Che piega pretenderà la campagna referendaria nell’attuale contesto politico, sempre più torbido?

La vittoria del “no”: uno choc da evitare a qualsiasi costo

Per afferrare la portata del referendum costituzionale, bisogna comprendere qual è la vera funzione di Matteo Renzi e qual è l’effettivo stato di salute dell’economia italiana, peso massimo dell’eurozona: solo così è possibile quantificare l’impatto della probabile vittoria del “no”.

Matteo Renzi, pur avendo un profilo più simile a Silvio Berlusconi che a Mario Monti (i suoi patrocinatori sono i neocon ed Israele ed è probabile una sua vicinanza/affiliazione al Grande Oriente di Francia, mentre “il professore” e Mario Draghi sono espressione dell’establishment liberal ed appartengono alle più blasonate logge inglesi ed americane), è stato in questi ultimi due anni l’agente dell’alta finanza, incaricato di attuare, camuffate col graffiante concetto della “rottamazione”, le stesse ricette della Troika applicate in Grecia: deregolamentazione del mercato del lavoro (Job Acts), svalutazione interna (deflazione), privatizzazioni (da Poste Italiane a Enav) ed apertura ai grandi capitali (vedi la posizione dominante assunta da JP Morgan nel dossier Mps).

La sua caduta, quindi, sarebbe equiparabile alla prematura fine di Mario Monti, alla caduta di Antonis Samaras ed alle disgrazie di Mariano Rajoy: sarebbe un colpo all’establishment difficile da incassare. È sintomatico che, nelle ultime settimane e specialmente dopo la Brexit, le cancellerie si siano prodigate per valorizzare il profilo “da statista” di Renzi, dopo averlo a lungo ignorato: si parte dal vertice di Berlino con Merkel e Hollande a fine giugno, e si termina con la visita alla Casa Bianca di metà ottobre, passando per latrilaterale di Ventotene.

Il quadro è poi complicato dalla situazione economica dell’Italia, capace, a differenza della Grecia e della Spagna, di provocare l’implosione dell’eurozona nel caso che la crisi si incancrenisca ulteriormente: la sofferenza bancarie ammontano a 200 €mld, il debito pubblico ha sfondato il 140% del PIL in base ai vecchi criteri statistici, i prezzi sono saldamente in territorio negativo e diversi indicatori, come il persistente calo della produzione industriale, lasciano presagire che la tanto annunciata crescita si stia involvendo versol’ennesima recessione.

Date queste fosche premesse, la vittoria del “no” al referendum e la conseguente caduta di Renzi, hanno discrete possibilità di innescare uno choc europeo, capace di spingere il processo di disintegrazione dell’Unione Europea all’ultimo stadio e produrre un forte instabilità geopolitica in un Paese, l’Italia, indispensabile a Washington per il controllo del Mediterraneo. “Referendum, l’allarme negli Usa e in Europa: quel voto pesa più di Brexit” titolava la Repubblica a metà agosto7.

Entrano quindi in campo a sostegno del “sì” al referendum quelle figure che ancora sperano nella sopravvivenza dell’Unione Europea e chi, invece, è soprattutto interessato alla permanenza a Palazzo Chigi di Matteo Renzi, in quanto fedele esecutore delle direttive angloamericane.

Alla prima categoria appartiene Giorgio Napolitano che, nonostante i 91 anni, è tornato in campo a sostegno del “sì”, chiedendo alle forze politiche di porre fine alla “guerra sul referendum costituzionale”: è il timore che la bocciatura della riforma Boschi dia, dopo la Brexit, un secondo colpo alla traballante costruzione europea che spinge l’ex-presidente della Repubblica a difendere la riforma Boschi, mentre, al contrario, non si nasconde un certo fastidio nei confronti di Renzi, colpevole di “politicizzazione e personalizzazione del referendum”.8

Alla seconda categoria, quella cioè interessata cioè soltanto alla sopravvivenza politica di Renzi perché a quella della UE ha ormai rinunciato, appartiene l’ambasciatore statunitense John R. Phillips, che col suo intervento a gamba tesa in favore del “sì” alla referendum, ha scatenato un vespaio di reazioni politiche. Nel suo ragionamento (“Il no sarebbe un passo indietro per gli investimenti stranieri in Italia. l’Italia deve garantire di avere una stabilità di governo”) non c’è traccia d’Europa: ciò che preme a Washington e soltanto la permanenza di Renzi a Palazzo Chigi, indispensabile per la totale subalternità italiana alla politica mediterranea della NATO.

Chiunque abbia seguito negli ultimi mesi l’evoluzione del contesto internazionale, sempre più torbido, sa che queste prese di posizione segnano solo l‘inizio di una campagna per modificare l’esito elettorale. Al sostegno di Brexelles per il candidato europeista Alexander Van der Bellen, seguirono i brogli alle presidenziali austriache; all’appoggio di Barack Obama al premier inglese Cameron ed al “remain”, seguì l’omicidio della deputata Jo Cox, un vero atto di guerra psicologica per influenzare l’esito del referendum; ed al sostegno di Washington e dell’oligarchia europea alla riforma Boschi, cosa seguirà?

Il piano sarà già stato concordato con l’ambasciata di Via Vittorio Veneto e, plausibilmente, farà ricorso al consueto terrorismo finanziario con cui, dai tempi dell’assalto al Sistema Monetario Europeo del 1992, gli anglomericani sono soliti influenzare la politica italiani. All’approssimarsi del referendum, i titoli bancari, non protetti dallo scudo della BCE, saranno mandati a picco, lasciando presagire scenari “alla greca” nel caso di vittoria del no: risparmi in fumo, conti bloccati, code ai bancomat, commissariamento da parte della Troika.

Tuttavia, considerata la posta in gioco (“Referendum, l’allarme negli Usa e in Europa: quel voto pesa più di Brexit”), non è escludibile che si giochi molto sporco, ricorrendo, come in Inghilterra con l’omicidio Cox, alclassico terrorismo per influenzare l’opinione pubblica: è significato che a luglio l’Europol abbia segnalato l’Italia tra i possibili obbiettivi dell’ISIS9 e la recente decisione di inviare un contingente di 300 uomini in Libia si presta facilmente a giustificare un “attentato islamista” sul suolo nazionale.

L’unica sicurezza è che le settimane che ci separano del referendum costituzionale saranno infuocate: ci può consolare pensando che, dopo aver per lungo tempo riposte le speranze negli elettori francesi, austriaci, tedeschi ed inglesi, l’Italia è finalmente in prima linea nella ribellione dei popoli contro l’élite mondialista.

banche referendum

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