Le nostre prigioni culturali

di Giuliano Ferrara | @ferrarailgrasso

E’ di nuovo una stagione di micragna, pare. Disincremento della spesa sanitaria, un centesimo a sigaretta per le cure antitumori, riduzione delle pretese di flessibilità quanto al deficit di bilancio, ma sopra tutto previsione al ribasso per l’aumento della produzione di ricchezza, il micragnoso più 0,6 per cento sul 2016 (e questa è una crescita asfittica che dura da quindici anni tondi tondi, altro che mercatismo e finanziarizzazione dell’economia). La manovra che insospettisce, il governo che deve rallentare il passo e conformarlo al vecchio ballo socialmente e politicamente ingombrante, divisivo, della politique d’abord.

L’Italia fanalino di coda sotto attenzione speciale della Commissione di Bruxelles, alla Spagna senza governo va parecchio meglio, la Brexit sembra per adesso non comportare conseguenze, la Germania aumenta i salari più della produttività e mantiene alto in modo abnorme il suo surplus commerciale, esporta da morire e importa poco, la Francia cresce del doppio dell’Italia, se le previsioni non verranno ritoccate al ribasso anche lì. I governi occidentali esprimono preoccupazione per la stabilità politica e istituzionale del nostro paese alla vigilia del referendum sulle riforme. Il convegno del Foglio (lunedì scorso) e il seminario di Confindustria (ieri) offrono tutti i dati utili alla riflessione su consumi, investimenti, innovazione, produttività, commercio mondiale, tassi, banche e credito, deflazione, cambio delle monete, occupazione eccetera. Tutti tranne uno: il fattore umano, il fattore individuale e familiare, il fattore demografico e antropologico (cultura, abitudini, geografia dello sviluppo e del sottosviluppo, invecchiamento della popolazione).

 

Perché Milano va a gonfie vele, meglio di una città bavarese, e s’innalza come la sua skyline? Perché a Napoli si sta ancora a discutere del commissariamento di Bagnoli, dopo decenni di incuria e di incapacità degli enti locali territoriali? Perché Roma rinuncia all’unica carta di sviluppo e attrazione degli investimenti, oltre al resto, cioè le Olimpiadi? Perché il pessimismo diffuso, il tam tam di media e centri sociali, la dittatura di ovvietà false, di evidenze opache come la diseguaglianza crescente, l’espandersi della povertà, la negazione di quanto di buono o di ottimo è stato fatto nel tempo (non è solo questione dell’accelerazione impressa da questo governo ad alcune scelte riformatrici positive e attese da tempo)?

 

L’Italia è un paese di imprenditori propensi all’investimento, ci dice Luca Paolazzi capo del Centro studi di Confindustria, i redditi degli ultrasessantacinquenni sono consolidati a livelli pre-crisi, eppure tutto è volto al risparmio, non al consumo, l’assetto produttivo funziona al di sotto delle sue capacità per debolezza della domanda, e tutto questo circolare di liquidità favorito dalla politica espansiva della Bce non si trasmette che in quantità risibile all’economia italiana, incartata nel debito pubblico, nella spesa pubblica anche improduttiva, in un welfare benedetto ma incapacitante, in tasse esose che a nessuno riesce davvero di abbattere radicalmente, in una tendenza a lavorare poco e male, a dipendere sempre e comunque, a non sapersela cavare, a non puntare sulla competizione e la concorrenza e le nuove tecnologie per un pregiudizio moralistico socialmente interessato, la tendenza alla conservazione dello status quo.

 

Chi l’economia non la conosce, la guarda. La vede nei comportamenti dei suoi soggetti sovrani, i risparmiatori, i consumatori, gli imprenditori, i lavoratori, la classe dirigente nazionale e locale, gli operatori della finanza e delle banche, i manifatturieri, le famiglie che non fanno figli ma si preoccupano del destino delle nuove generazioni, il sistema di giustizia che usa ambientalismo e lotta alla corruzione per fermare, controllare, scrutinare scrupolosamente ogni spirito animale produttivo e sviluppista, in un tripudio di antipolitica e di antieconomia da rabbrividire. L’Unità della nazione va verso i centosessant’anni.

 

Non è possibile che a nessuno sia riuscito di uniformare il paese su di uno standard accettabile, tutti hanno esercitato mille retoriche, dalla romanità all’europeismo, e mille pratiche, dal trasformismo alla dittatura ai partiti e al populismo, ma la Sicilia è sempre appesa alla gestione pletorica e oggi grottesca della sua autonomia, della Puglia e della Campania si parla per fatti di camorra e ’ndrangheta, l’Italia appenninica è umiliata dalla terra che trema, i dati dell’anticasta sono sempre più impressionanti, eppure nel nord isole di benessere e di competitività portano la popolazione, rafforzata dall’arrivo degli immigrati, ma dall’Africa non dall’Italia, a livelli di efficienza e di prosperità di tipo centroeuropeo, superando perfino i migliori criteri di crescita delle parti più ricche del continente, austerità o non austerità, e si fanno opere pubbliche e private, Expo universali, si ricostruiscono in fretta e bene capannoni chiese e città dopo i terremoti padani.

 

Insomma, questo è un invito a esercitare l’arte di distinguere, a formalizzare un giudizio non uniformabile su un paese profondamente diviso, a considerare l’economia come un racconto di antropologia e di storia, e a fare discorsi di verità sul lavoro, sulla mobilità, sullo sradicamento di vecchie abitudini viziose, sugli effetti nefasti del familismo, vorrei qualcuno coraggioso come la Fornero che sappia dire choosy ai choosy, qualcuno come i ministri britannici e la Thatcher, che sapevano stimolare i sudditi della regina a pedalare, a prendere un aereo, a cercare fortuna e  fare la fortuna del loro paese come tanti italiani non pigri stanno facendo fuori del loro contesto natale, fuori della loro prigione culturale. Un’inchiesta del Monde parlava ieri in prima pagina di milioni di francesi che  fanno due o tre lavori, in settori diversi, per aumentare il loro reddito e il pil, per incrementare le loro capacità e le loro passioni personali, per corrispondere in modo creativo alla nuova divisione internazionale del lavoro. Accade anche qui, ma in misura infinitamente minore, con lagne infinite sul precariato e, quando aumentano i posti a tempo indeterminato per via di una legge sul lavoro alla quale i francesi sono arrivati solo ora, con piagnistei retroattivi sul funzionamento di quella legge, e comunque accade senza che le prime pagine dei giornali e i palchetti ormai inutili delle tv se ne occupino in funzione di stimolo e di racconto della realtà. Qui da noi solo gomorre. Altro che pil.

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